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29-05-2018

USA e Iran nel patto sul nucleare: un’occasione mancata?

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Il Joint Comprehensive Plan of Action (JCPOA) è stato definito da molti analisti “un raro successo diplomatico nel Medio Oriente” ed è il frutto di un lungo e difficile iter di negoziazioni, che ha visto convergere gli sforzi diplomatici delle più grandi potenze mondiali per affrontare il tema della politica nucleare in Iran. Seduti al tavolo delle trattative, i cinque Membri Permanenti del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, la Germania, Federica Mogherini in rappresentanza dell’Unione Europea e l’Iran. Un percorso che si è concluso il 14 luglio 2015 a Vienna, con la firma dell’accordo. 

Nel testo, redatto sia in inglese che in persiano, affinché non ci siano problemi di interpretazione, viene espresso l’impegno da parte di Teheran ad acconsentire al monitoraggio e all’eventuale ispezione dei propri impianti nucleari; a ridurre del 96% le proprie riserve di uranio impoverito, in modo che ne rimangano solo 300 kg in tutto il territorio – una quantità insufficiente se si pianifica di costruire, almeno in tempi brevi, un’arma atomica – ed infine, a chiudere definitivamente alcuni dei suoi più importanti impianti, destinati all’arricchimento dell’uranio (tra cui Fordow, l’impianto nucleare segreto scoperto dall’intelligence statunitense nel 2009). 

Le altre potenze firmatarie, dal canto loro, garantiscono di abbattere progressivamente il muro di sanzioni, innalzato intorno all’economia iraniana, al fine di scongiurare l’eventualità che la nazione si serva del proprio programma nucleare a scopi militari. Nell’accordo è inoltre previsto il ritorno allo status quo entro 65 giorni da un’eventuale violazione dei termini da parte dell’ Iran.

Si tratta, dunque, di un compromesso estremamente difficile da raggiungere, che ha alle spalle un delicato lavoro di mediazione diplomatica portato avanti per quasi un decennio. Per tale motivo risulta ancor più difficile comprendere appieno le ragioni del pull-out di Donald Trump, annunciato dallo stesso presidente degli Stati Uniti martedì 8 maggio. Sin dai tempi della campagna elettorale, Trump ha utilizzato termini fortemente critici in riferimento all’intesa, facendo leva sull’opinione pubblica americana, che ha una storia di circa trent’anni di avversione nei confronti dell’Iran.

Ma la propaganda politica non è l’unica motivazione che ha scatenato il dietrofront statunitense. Prevedibilmente, entrano in gioco anche i nuovi equilibri geopolitici che si stanno instaurando in Medio Oriente e che vedono l’Iran acquisire un’influenza via via maggiore, al fianco di Russia e Turchia, in seguito alla guerra allo Stato Islamico. 

Trump ha confermato la reintroduzione di sanzioni nei confronti di Teheran. Di particolare rilevanza quelle legate al petrolio, che comporteranno un aumento del prezzo del greggio a livello globale: infatti, dopo l’accordo, il volume di export iraniano aveva raggiunto i 2,5 milioni di barili al giorno e, a seguito del pull-out statunitense, le stime suggeriscono un calo di circa 400 barili al giorno nel prossimo futuro. 

Steve Mnuchin, Segretario al Tesoro degli Stati Uniti, ha dichiarato che il ripristino delle sanzioni avverrà in modo graduale, in un periodo compreso tra i 90 e i 180 giorni. Le prime misure che torneranno in vigore saranno quelle volte ad aumentare il prezzo di acquisto del dollaro statunitense da parte dell’Iran, insieme alle sanzioni su metalli e settore automobilistico. Sarà poi la volta dell’embargo sulle esportazioni di aerei, componenti e servizi. Da ultimo, verranno reintegrate le sanzioni sul greggio, per cui si prevede una tempistica di circa sei mesi. 

Il ritiro degli Stati Uniti è motivo di preoccupazione per gran parte del mondo occidentale. Verosimilmente, la decisione di Trump è stata perseguita nella convinzione di innescare anche l’uscita degli altri stati firmatari, per lo meno quelli europei. Ma non era previsto un piano alternativo nel caso in cui ciò non si fosse verificato, perciò oggi gli Stati Uniti si trovano nella posizione di dover fare pressione sulle potenze occidentali, minacciando di imporre sanzioni anche ai paesi che mantengono rapporti con Teheran. La probabilità che i paesi europei non cedano è decisamente elevata: il patto si è rivelato essere un’occasione di crescita economica non solo per l’Iran, ma anche per le grandi industrie, in particolare nel settore automobilistico, turistico e del petrolio. Si pensi che nel 2017 solo l’export italiano verso l’Iran ha superato gli 1,7 miliardi di euro. Le mire del presidente sono volte ad emarginare l’Iran dal resto del mondo, così da costringere la nazione a rivisitare i termini dell’accordo dal punto di vista delle apprensioni statunitensi. Ma realisticamente, anche questa prospettiva sembra di difficile realizzazione: Teheran non avrebbe motivo di rinegoziare l’intesa raggiunta, in quanto ha giá concesso molto ed è ben consapevole del fatto che l’accordo reca vantaggi non solo al proprio paese, ma anche alla maggior parte delle potenze mondiali.

 Il presidente iraniano Hassan Rohani ha espresso la propria indignazione rispetto alla condotta statunitense, definendola scorretta ed inaccettabile, ma ha anche assicurato di voler perseverare nell’ottemperanza ai termini dell’intesa, fintanto che saranno soddisfatti i propri interessi finanziari e commerciali. Rohani ha aggiunto che sarà necessario attendere alcuni mesi per valutare se l’Europa sarà effettivamente in grado di tenere testa al braccio di ferro statunitense.

La manovra del presidente degli Stati Uniti getta inevitabilmente le basi per una frattura con le potenze europee, i cui leader hanno tentato invano di evitare un risvolto del genere, arrivando persino a presentarsi personalmente alla Casa Bianca nei giorni immediatamente precedenti alla decisione, suggerendo altre strade percorribili alla violazione dei termini dell’accordo o alla sua rescissione. 

Ben lungi dall’intento originale di Trump di isolare l’Iran dal resto del mondo, tale spaccatura rischia invece di far sì che il presidente assaggi la sua stessa amara medicina.

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